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Come è nato il mio Shakespeare
(Prodotto di Ozio Creativo)
 
Goffredo Raponi
ISSN 1127-4883     BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 29 novembre 2000, n. 232
http://www.bta.it/txt/a0/02/bta00232.html
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Nota di presentazione del CD-Rom WILLIAM SHAKESPEARE - Tutto il teatro recato in versi italiani e commentato da Goffredo Raponi

La prima idea di questa traduzione prese corpo nel 1955 da un'occasionale circostanza che mi portò, grazie ad una borsa di studio, a frequentare uno "stage" di tecniche della produttività presso l'Università di Birmingham, Inghilterra.

Birmingham dista una trentina di chilometri - tre quarti d'ora di autobus - da Stratford-upon-Avon, la patria natale di William Shakespeare. Era il periodo in cui in quella città si teneva l'annuale Shakespeare Festival nel teatro del monumentale Shakespeare Memorial Building e fu forte in me la tentazione di andare ad assistere, dopo i lavori della giornata all'Università, a qualcuna delle recite in cartellone. Ebbi così modo di vedere rappresentati in quel teatro l'Enrico V, Le gaie mogli di Windsor e il Sogno d'una notte di mezza estate. Il mio inglese, se non era tale da mettermi in grado di comprendere il cento per cento del cinquecentesco inglese shakespeariano - incomprensibile del resto, qua e là, anche ai più provveduti di me per gli improvvisi corto-circuiti verbali richiedenti prontezza d'intendimento e di scrutamento interiore delo scrittore - mi bastò per procurarmi un godimento estremo all'ascolto di quei testi come venivano detti da quegli attori; all'ascolto, dico, più che alla vista dei gesti e del portamento degli attori stessi, per quanto studiati e aderenti perfettamente alla parola: ci sentivo il fascino del grande respiro poetico e del primo improvviso schiudersi di un mondo di meraviglie, in una finzione scenica, fittizia, si, ma più ricca d'ogni realtà: il tocco del genio, insomma.

Tornato in Italia, a Roma, dove risiedo, mi premurai alla prima occasione di andare a vedere lo Shakespeare rappresentato sui nostri palcoscenici, nella nostra lingua; ma, malgrado ci mettessi tutta la buona volontà per ritrarci e far rivivere in me le stesse sensazioni che a Stratford, quello Shakespeare, ahimé, mi parve tutt'altra cosa: tutto in prosa, e in una prosa a volte grammaticale, a volte retorica e intollerabilmente artificiosa, e la vicenda scenica resa in modi tromboneschi quando non addirittura offensivi dell'intelligenza dello spettatore anche il più sprovveduto. Non mi piacque più. E mi convinsi, al paragone, che chi da noi va a teatro per vedere Shakespeare, e non conosce il vero Shakespeare per non averlo mai letto o visto rappresentato nell'originale, crede di vedere e sentire Shakespeare perché glielo dicono gli altri, in verità vede e sente un'altra cosa.

Che fare allora ? Stratford è lontana, e del resto gli stessi inglesi si sono accorti che anche in quel teatro il loro Shakespeare non viene bene: tantoché hanno voluto ricostruire a Londra dalle fondamenta, per le rappresentazioni shakesperiane, il teatro Globe, sull'identico modello di quello in cui recitava la famosa "Compagnia del attori del re" ("The Kings Men") della quale lo stesso Shakespeare faceva parte.

Allora mi son detto: quando avrò tempo, me lo traduco da me e me lo leggo - ossia me lo recito - facendo io di me solo insieme gli attori e lo scenario, e cioè creandomi io, da me, all'interno, come lo immagino con la mia fantasia, il suo mondo poetico, e non già come me lo impone, meccanicamente dall'esterno, questo o quel regista, questo o quell'attore: istituendo insomma col poeta un colloquio che impegni nella sola lettura, e non nella finzione scenica, una parte di me stesso.

Però all'epoca mi mancava il tempo, le mie occupazioni quotidiane non me lo concedevano; lo farò - mi promisi - quando mi sarò messo in pensione. E così ho fatto. Con la mia pratica, e con il mio gusto, della traduzione (avevo tradotto in precedenza dall'inglese per alcune case editrici testi di varia natura, e dal latino gran parte delle Odi di Orazio in versione metrica, che mi avevano ottenuto il Premio Porta Portese; avevo, nella mia attività professionale, organizzato e diretto i Servizi della traduzione della Comunità europea a Bruxelles e della FAO a Roma), mi sono messo in pensione a 60 anni, mi sono provvisto di buona parte della sterminata letteratura su Shakespeare, per conoscere "i precedenti" da cui trarre anche il beneficio della interpretazione di passi controversi o di costrutti più propri al testo, e mi sono accinto alla presuntuosa fatica, con la quale, un lavoro dopo l'altro, ho riempito i miei 25 anni di ozio: un ozio creativo, appunto.

Ancora, nell'accostarmi al testo shakespeariano, mi sono accorto che il suo blank verse in pentametro dattilo, aveva una sorprendente corrispondenza fonica con il nostro endecasillabo: che, cioè, il verso di Amleto « To be or not to be, that is the question » aveva la stessa cadenza sillabica del dantesco « Nel mezzo del cammin di nostra vita » o del foscoliano « All'ombra dei cipressi o dentro l'urne »; e così è venuta fuori, quasi spontaneamente, la resa in versi; perché con tutta facilità, senza grande sforzo di ricerca metrica, « quod temptabam traducere versus erat », per dirla con Ovidio.

Piaccia o non piaccia ai miei potenziali lettori, voglio sottolineare che ho fatto tutto per mio personale gradimento, senza intenti commerciali o pubblicitari, Ho tratto dal cassetto, dove li avevo già relegati, i 38 drammi shakespeariani per corrispondere all'amorevole esortazione dell'amico prof. Stefano Colonna, che ha ritenuto il lavoro degno di figurare tra i testi di letteratura italiana del Progetto Manuzio; ho ceduto perciò gratuitamente i diritti d'autore per la diffusione telematica delle mie traduzioni sul sito www.liberliber.it che ha promosso ed ospita il Progetto, e che le sta mettendo in linea.

Chiunque lo voglia, perciò, può leggermi a portata di "mouse".
Ma il giudizio che la clemenza dei lettori vorrà formulare sul mio lavoro, per positivo e lusinghiero che possa essere, se mai lo sia, non potrà mai eguagliare il piacere intimo che m'ha procurato il colloquio venticinquennale con uno dei più alti poeti di tutti i tempi.
Che esorto a leggere, per gustarlo veramente, e non andarlo a vedere rappresentato sulle moderne ribalte. Shakespeare, come Omero, come Dante, è irrappresentabile !




 
 

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